Sul ‘problema della differenza’
Tiziana Verde
Nella scuola italiana, su questo modo di intendere la
differenza o la formazione (che è poi prepotenza ad
assimilare l’altro ai nostri modelli - tutto certo
cordialmente -) io credo bisogni riflettere.
Pasolini, che nelle sue analisi è stato profetico, diceva
che l’istruzione di massa avrebbe prodotto miseria
spirituale, omologazione, violenza, giacché la cultura
torna ad essere ‘piena di
grazia’ solo al
livello di una grande raffinatezza. L’infarinatura che si
dà nella scuole toglie ai ragazzi l’esperienza che veniva
dall’apprendere un mestiere, un’arte… senza dotarli in
cambio di capacità dell’intelletto altrettanto profonde da
sopperire alla concretezza con altre astuzie.
Ecco con questa superficialità si sono create tante mezze
figure, né intellettuali, né appartenenti a quella cultura
popolare che veniva dalla vicinanza alla terra, a un
mestiere tramandato…(già Sciascia rimpiangeva i bei cretini
non edulcorati di una volta…)
E questi di-mezzati
invadono di
vuote rappresentazioni l’orizzonte del pensiero, della
lingua. Chi verrà, si formerà sul loro ‘vangelo’, il nostro
tempo lascia questa eredità e spaventa pensare ai suoi
frutti.
Il ‘problema della differenza’, che oggi tanto affanna, i
sistemi totalitari l’avevano risolto alla maniera tedesca o
comunista: efficienti catene di montaggio provvedevano alla
bisogna. L’inquisizione con ben più cattolica e raffinata
sottigliezza sgretolava dall’interno le resistenze della
coscienza.
Se uno legge gli atti del processo a Giordano Bruno, i
lunghi anni di prigionia, solitudine, il divieto di leggere
e scrivere, le torture, gli interrogatori, le minuziose
accuse e quell’ultimo documento di poche tesi, che
abiurando gli avrebbe ottenuto riparo in un convento… Ecco,
se uno legge il suo No, persino al pentimento che gli
avrebbe evitato la misericordia d’essere strangolato prima
del rogo, gli viene orgoglio per questa gente di
‘tenace
concetto’ (sempre Sciascia
a proposito della ricostruzione d’un caso analogo d’eresia
in Sicilia).
E tuttavia quanto non hanno potuto le infinite
restaurazioni dell’Ancien
Régime (che questo
sono stati i sistemi totalitari del 900), o i tribunali
ecclesiastici, l’ha ottenuto la dittatura
del consenso (scenario che,
40 anni fa, sempre Pasolini aveva previsto).
Leopardi diceva che il desiderio, il desiderare è
senza
oggetto. Assunto
inaccettabile ai sistemi, giacché la mèta, le
magnifiche
sorti e progressive sono il grande
ricatto in nome di cui ogni devastazione (anche mentale)
diventa lecita.
Questa retorica della differenza tanto volenterosa e
altruista mi sembra un altro modo per costringere le
famiglie degli alunni stranieri a pensare come noi (che
nemmeno sappiamo più pensare).
Di quella gente però di ‘tenace concetto’ (ora
fortunatamente estinta) io sento terribile nostalgia, forse
perché sono cresciuta a Nola, il paese dei soprusi e di
Giordano Bruno, di quei suoi No inderogabili che oltre il
tempo ancora pesano come il più grande debito che si possa
contrarre su questa terra.
