Un uomo non fa primavera
Fabrizio VicariL'ultimo
periodo glaciale è iniziato pressappoco 120.000 anni fa ed
è durato circa 110.000 anni. L’homo sapiens sapiens è
apparso sulla Terra almeno 40.000 anni fa ed ha
sperimentato il culmine della glaciazione (all’incirca
18.000-20.000 anni fa). Egli deve la sua sopravvivenza alla
propria naturale mentalità istituzionale, alla sua capacità
relazionale che gli ha permesso di costituirsi e
identificarsi in un organismo collettivo complesso, perché
in realtà non è l’uomo a potersi considerare il superstite,
ma la comunità umana.
La durata della vita dell’uomo preistorico non superava i
trenta o, al massimo, i quarant’anni. Tenuto conto
dell’elevata e precoce mortalità, soltanto la stabile
permanenza in vita delle piccole ed organizzate comunità
primitive è stata in grado di consentire la sopravvivenza
della specie, di esaltarne la capacità di adattamento, di
rafforzarne la resistenza alla sofferenza, rendendo più
efficiente, articolata ed innovativa la qualità della
reazione ai cambiamenti ambientali ed organizzando
l’educazione e la protezione della prole secondo modalità
ottimali di tipo comunitario, indipendenti dalle qualità
specifiche e personali (nonché dalla stessa sopravvivenza)
della genitrice.
Durante il Paleolitico l’uomo si è alimentato
principalmente con la pesca e la caccia, oltre che con la
raccolta di radici e di frutti spontanei. Le prede erano
solitamente costituite da cavalli, cervi, capre, antilopi,
renne, a seconda della regione e del clima ed erano beni
condivisi dall’intero gruppo sociale. Le piccole comunità,
con un occhio al Cielo e l’altro alla Terra, seguivano la
via delle migrazioni degli animali, assecondando il ciclo
delle stagioni e le fasi lunari. Il nomadismo portava a
prediligere, specialmente nel Paleolitico inferiore,
accampamenti provvisori, formati da frangivento, tende o
capanne, oltre a caverne naturali, come nel caso di
Zhoukoudian in Cina o Tautavel in Francia.
Nel Paleolitico medio e superiore i focolari erano presenti
in tutti gli insediamenti. Più che dell’età della pietra
bisognerebbe parlare dell’età del fuoco, poiché la sua
utilizzazione e sperimentazione indirizzò l’uomo lungo la
sua più propria via di conoscenza. Il fuoco fu usato
dapprima per ottenere luce e calore e per tenere lontani
gli animali, in seguito per la cottura dei cibi, e infine
per rendere più facilmente lavorabile la selce, per
cambiare il colore dei pigmenti minerali e, in alcune aree,
per cuocere statuette e vasi d'argilla. Il fuoco era
l’elemento centrale di ogni insediamento e richiamava il
culto del Sole, condiviso ad ogni latitudine sin dalla
notte dei tempi per la sua valenza simbolica eminente.
La vita errante induceva l’uomo a limitare la produzione
dei beni a quelli necessari ed agevolmente trasportabili. A
differenza dell’uomo moderno, il quale, da un punto di
vista psicologico e culturale, costruisce
il
proprio senso di radicamento attraverso un processo di
identificazione con uno specifico territorio-abitazione ed
altri beni sottoposti al suo dominio (domus-dominus),
cioè inducendo ipnoticamente la propria mente a percepire
una falsa e forzata staticità dell’ambiente al fine di
consolidare la rassicurante illusione della permanenza
delle cose, l’uomo primitivo si identificava con i codici
di relazione che definivano il gruppo umano di appartenenza
ed era radicato nella effettiva e stabile continuità dei
comportamenti e delle usanze sociali ispirati
dall’ambiente, ritualmente esercitati, evoluti e
tramandati. Tale radicamento affondava dunque le proprie
radici in una sorta di legame mutuale, affettivo,
affidabile e prevedibile, che univa insieme gli individui
tra loro da un lato e la comunità e l’ambiente circostante
dall’altro. Esso era frutto di un processo spontaneo
indivisibilmente sociale e rituale che permetteva alle
primitive comunità nomadi di affrontare psicologicamente
l’infinita, paurosa profondità del Cielo e la continua e
sofferta mutevolezza della Terra. Gli oggetti d’uso non
erano altro che una sorta di estensione del corpo, una
protesi indispensabile al migliore compimento delle
attività sociali. L’uomo primitivo non attuava alcuna forma
di dominio (addomesticamento) né sulle specie vegetali, né
su quelle animali.
La maggioranza degli archeologi e degli esperti e teorici
d’arte individua nel Paleolitico superiore il momento in
cui apparve in Europa l'arte figurativa, ad opera dell’homo
sapiens sapiens: si tratta perlopiù di pitture e incisioni
rupestri, oggetti intagliati e scolpiti (uova di struzzo,
corno, ciottoli, conchiglie). L'arte parietale non era
soggetta a limiti di dimensione: alcune figure superano i
due metri di lunghezza e i grandi tori di Lascaux
oltrepassano i cinque metri. Figure grandi e piccole si
mescolano nelle stesse composizioni dove non esistono né
paesaggi né punti d'appoggio per l'immagine. Solitamente
venivano rappresentate forme umane o animali, ma anche
segni e simboli non figurativi.
Sebbene le società primitive siano state frequentemente
romanzate in toni romantici come luoghi franchi e regni
dell’indipendenza, esse non conoscevano niente di simile a
ciò che noi oggi chiamiamo libertà personale o, più
propriamente, arbitrio.
Le regole comunitarie ed i ruoli sociali erano
necessariamente e rigidamente prefissati e comportavano
azioni singolarmente ordinate e coordinate fra di loro. Ciò
perché il coordinamento organico delle singole condotte
rendeva molto più efficace l’azione comunitaria e si era
rivelata vitale per la sopravvivenza del gruppo. La
sincronizzazione delle azioni individuali portava a
concepire il tempo come ritmo e comportava che il singolo
atto era sempre un movimento a
tempo. Così come
accade nella danza, la condivisione comunitaria del ritmo
induceva l’uomo a percepire la propria condotta come azione
del gruppo. Il nomadismo e, più in generale, la
condivisione con l’ambiente di movimenti ritmicamente
ciclici induceva la comunità a percepire il proprio agire
come azione della natura. Ed è a partire dalla
esistenza sentita
come movimento
che la natura, seppur paurosamente temuta, era percepita al
contempo, in modo apparentemente contraddittorio, sia come
prevedibile movenza ritmicamente familiare
(calda-splendente-vita), che come stasi imprevedibilmente
estranea (fredda-oscura-morte). Da qui il culto simbolico
del Sole (compreso il suo movimento che ne determina la
ciclica presenza-assenza) e l’uso rituale del fuoco, che
nell’antichità era ancora considerato l’emblema del
movimento proprio delle cose.
Per quanto l’uomo moderno possa giudicare una tale realtà
sociale asfissiante e frustrante, nulla era più temuto
dall’uomo primitivo dell’esilio, cioè della morte
istituzionale.
I comportamenti umani prendevano forma attraverso l’esatta
imitazione dei modelli tradizionalmente tramandati dagli
antenati. Ma tale processo formativo doveva essere
completato attraverso l’allenamento e l’educazione della
capacità reattiva. Tale abilità di rispondere era una sorta
di prontezza
di spirito affinata
sperimentalmente di generazione in generazione per
fronteggiare gli eventi imprevisti e fondava la sua
efficacia sulla capacità di sentire l’ambiente. Nella
società primitiva, il sentire attentamente attraverso
l’integrale sfruttamento delle capacità sensoriali e la
comunicazione delle percezioni derivanti rappresentava per
il gruppo una questione di vita o di morte. E ciò era tanto
più vero di fronte all’imprevisto, che si esplicitava con
la rottura
del
ritmo ciclico degli eventi attesi ed imponeva alla comunità
una risposta innovativa, un atto creativo non codificabile
per ristabilire la relazione infranta con l’ambiente.
La pratica della caccia affinò nell’uomo la capacità di
interpretare e distinguere le orme lasciate sulla terra
dagli animali, così che quella particolare impronta era la
renna, quell’altra il cavallo. Ancora prima di imparare a
inscrivere sulla pietra, l’uomo già tentava la
lettura
del
Cielo e della Terra, concependo la traccia come elemento
significante. E’ verosimile che l’uomo abbia iniziato ad
elaborare l’incisione di segni proprio ispirandosi alle
orme animali o, più in generale, ai segni prodotti dagli
eventi naturali. Parallelamente, la parola prese forma
partendo da semplici suoni gutturali, accompagnati dai
gesti delle mani, della faccia e del corpo. Il segno inciso
era l’impronta
del
gesto-movimento. Essa fissava durevolmente la
rappresentazione esterna delle percezioni, inizialmente
espressa solo per mezzo di suoni e gesti. In questo
contesto, i segni simbolici non figurativi rappresentano la
nota più interessante, poiché sono il segno probante di una
originaria capacità di astrazione. Quest’ultima non può
ovviamente essere intesa come il risultato di un
ragionamento razionalmente induttivo, ma piuttosto come il
frutto di una mente umana naturalmente intuitiva e
sintetizzante, capace di concepirsi simbolicamente come
essere collettivo unitariamente all’ambiente circostante e
di tradurre in segni astratti la gestualità corporea
ispirata da tale esperienza.
Nascendo dal gesto, il segno simbolico aveva valore
normativo (attraverso l’imitazione) ed era sempre
praticabile. L’astrazione simbolica e la pratica per mezzo
del corpo erano inscindibili.
La pratica del simbolo era il comportamento nella norma, la
ripetizione affinava il gesto e ne rinnovava ed espandeva
l’esperienza attraverso la potenza magica della ritualità
collettiva. Il simbolo radicava il senso di identità del
gruppo e costituiva una specie di DNA o di
istituzione normativa,
seppur non razionalistica, dell’organismo sociale.
Antoine Fabre d’Olivet, teosofo francese vissuto tra la
fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, ha scritto:
“Il suono e il movimento, messi a disposizione della
Volontà, si sono modificati attraverso di essa: vale a dire
che, grazie a certi organi appropriati a tale effetto, il
suono viene articolato e diventa voce, il movimento è
determinato e diventa gesto. Ma la voce e il gesto non
hanno che una durata istantanea, fuggitiva. Se l'uomo vuole
fare sì che il ricordo delle motivazioni (fr. affections)
che manifesta verso il fuori sopravviva alla stessa
primitiva motivazione, ciò che interessa quasi sempre,
allora, non trovando alcun altro modo per fissare e per
descrivere il suono, la volontà si appropria del movimento,
e con l'aiuto della mano, il suo organo più espressivo,
trova, a forza di tentativi e sforzi, il segreto per
disegnare sulla scorza degli alberi o per incidere sulla
pietra il gesto che ha in un primo tempo abbozzato. Ecco
l'origine dei caratteri scritti i quali, immagine del gesto
e simbolo dell'inflessione vocale, divengono uno degli
elementi più fecondi del linguaggio, allargano a macchia
d'olio la propria potenza, presentano all'uomo uno
strumento ennesimo di combinazioni. Nel loro principio non
esiste alcunché di convenzionale: poiché
no
è
sempre no,
e si
sempre
si:
un uomo è un uomo” (Antoine Fabre d’Olivet, La lingua
ebraica restituita, Edizioni PiZeta).
Grazie all’incisione di segni simbolici di carattere
astratto cambia la relazione dell’uomo con il Mistero. Tale
relazione non coincide più unicamente con la contemplazione
dei fenomeni-segnali della natura provenienti
dall’esterno,
ma, parallelamente, si completa con la visione dei
gesti-segni incisi umani, provenienti
dall’interno.
Nel momento in cui tali segni, al pari degli altri, vengono
ritenuti significativi, dal gesto intuitivamente pensante
nasce il simbolo e la pratica della visione dell’arcano,
che interrogato, interroga l’uomo dal centro del proprio
essere. Così, l’uomo si ritrovò di fronte all’enigma della
sua soggettività. Per prevedere l’andamento misterioso del
mondo, si ritrovò sospeso tra due abissi. Forse fu allora
che chinò il capo e giunse le mani.
Le comunità primitive, nomadi, non avevano modo, né
ragione, di dominare
l’ambiente per
creare un proprio habitat, ma limitavano la propria opera
ad una reazione organizzata e ritmicamente dinamica che si
sforzava di rinnovare costantemente un contatto
armonizzante con l’azione della natura. La cultura
dell’uomo primitivo era eminentemente normativa e si può
definire come il codice dei tipi di condotta (reazioni
tipiche) rivelatisi sperimentalmente efficaci per
l’attuazione dei processi sociali di adattamento
all’ambiente. Plasmato dalla natura attraverso l’uomo, a
tale codice va attribuita, come in nessun altro caso, la
qualificazione di diritto
naturale.
La ciclicità dei fenomeni naturali era tutt’uno con la
continua rigenerazione dei bisogni delle piccole comunità
umane e induceva spontaneamente l’uomo alla ripetitività
dei comportamenti: cacciare, trovare riparo, cibarsi,
alimentare il focolare, costruire le armi, dormire, migrare
al seguito degli animali, etc… La sussistenza di una
comunità organizzata e la ripetitività dei comportamenti
secondo gesti ordinati e coordinati tra di essi, anche a
scopo educativo attraverso la recitazione ludica dei
modelli gestuali, determinava la presenza di tutti gli
elementi antropologici e sociologici necessari alla pratica
rituale. D’altro canto è opinione unanime che le comunità
primitive praticassero ampiamente i riti, come ad esempio
quelli propiziatori della fertilità o della caccia, i culti
del Sole e della Terra, la danza rituale e molteplici sono
le prove sicure di riti funerari che risalgono addirittura
al Paleolitico medio. Nel Paleolitico superiore le
sepolture divennero più elaborate, accompagnate da corredi
funerari, utensili, decorazioni con ocra rossa e talvolta
con perle e fiori.
In realtà, la concezione moderna del rito ci induce in
errore e ci impedisce di cogliere la particolarità della
ritualità primordiale. Senza voler escludere la possibile
esistenza di una tradizione orale che tramandasse in
qualche modo la conoscenza delle gesta leggendarie
o
mitiche
degli antenati,
nelle società primitive non ci si imbatte in una
ripetizione rituale di avvenimenti ritenuti
storicamente
significativi
per il gruppo, ma piuttosto in una esistenza comunitaria
spontaneamente e integralmente rituale, secondo le modalità
normative del segno simbolico-gestuale.
La vita era una articolata attuazione procedurale e non
conosceva che una modalità di esistenza: il rito.
In sintesi, le comunità umane primitive hanno vissuto
un’esistenza integralmente rituale e, nell’ambito di essa,
hanno concepito sistemi simbolici praticabili e praticati,
che hanno operato come principi ordinatori capaci di
organizzare normativamente la condotta dei singoli per la
realizzazione delle diverse funzioni utili alla
sopravvivenza del corpo sociale e alla magica ed estatica
esperienza gestuale dell’unità ritmica della vita.
Fu in questo stato di cose che i ghiacci si ritirarono
verso Nord e venne la primavera. Sembra che ad Adamo ed Eva
parve addirittura di essere in Paradiso.
