Per così dire

Interpretazione del dipinto di Vittorio Rainieri ispirato al “Dies Irae” di Giuseppe Verdi.

Verdi si fece “rosso, smorto, sudato; si cavò il cappello, lo stropicciò in modo che per poco non lo ridusse una focaccia. Già (e ciò resti fra noi) il severissimo e fierissimo orso di Busseto n’ebbe pieni gli occhi di lacrime”, scriveva Giuseppina Strepponi alla contessa Maffei, il 21 maggio 1867. Di lì a poco avrebbe incontrato quell’uomo “santo e venerabile” che egli considerava il Manzoni. E a proposito de I Promessi Sposi, che aveva letto per la prima volta a sedici anni, scrisse alla Contessa: “Egli è che quello è un libro vero; vero quanto la verità. Oh, se gli artisti potessero capire una volta questo vero, non vi sarebbero più musicisti dell’avvenire e del passato; né pittori puristi, realisti, idealisti; né poeti classici e romantici, ma poeti veri, pittori veri, musicisti veri”.

Qualche anno più tardi (1871), declinando elegantemente l’invito a direttore del Conservatorio di Napoli, scriveva a Francesco Florimo: «…Avrei voluto porre, per così dire, un piede sul passato e l’altro sul presente e sull’avvenire (ché a me non fa paura la musica dell’avvenire); avrei detto ai giovani alunni: “Esercitatevi nella Fuga costantemente, tenacemente, fino alla sazietà, e fino a che la mano sia divenuta franca e forte a piegar la nota al voler vostro. 

Imparerete così a comporre con sicurezza, a disporre bene le parti ed a modulare senz’affettazione. Studiate Palestrina e pochi altri suoi coetanei. (…) Fatti questi studj, uniti a larga cultura letteraria, direi infine ai giovani: “Ora mettete una mano sul cuore; scrivete e (ammessa l’organizzazione artistica) sarete compositori. Per mettere in pratica queste poche massime, facili in apparenza, bisognerebbe sorvegliare l’insegnamento con tanta assiduità, che sarebbero pochi, per così dire, i dodici mesi dell’anno».

L’antico Maestro di Sant’Agata di buon mattino sapeva trovare ispirazione camminando lontano fra le pieghe del Sacro Abito di brume, nebbie, rugiade1 dei suoi amati campi e colture. Paesaggi familiari che sembrano contagiare ed impregnare di cultura e tradizione primordiale Vittorio Rainieri, preso nelle maglie e immerso nell’avventura del furioso travaglio di un Verdi al culmine della sua opera, che di lì a qualche anno sarebbe sfociata, per così dire, nell’entusiasmo nichilista e intriso di mistica gioia del Falstaff.

Shock estetico, meraviglia di un uomo che percepisce un’opera d’arte non solo come un’esperienza a livello estetico sentimentale, ma soprattutto intellettuale. Shock primordiale, scossa radicale dell’albero mitico che comporta un ‘disinteressato’ annullarsi che per questa ragione può essere descritto come «tremendo», senza essere per questo meno desiderabile.

Un’acuta presa di coscienza della transitorietà della bellezza può sortire lo stesso effetto, così come trovarsi di fronte a nascita, malattia, vecchiaia e morte, separati dal desiderabile, da coloro che amiamo, accanto a compagni inopportuni e infine costatando l’irriducibile destino del transeunte. Aristocratica solitudine e ispessirsi e insieme rarefarsi del dolore ai quali il Rainieri pare ispirare la propria opera: i primi sei pannelli richiamano la vita, il lavoro e il tormento della malattia; i successivi sei il momento tragico della morte e il viaggio dell’anima verso l’infinito; gli ultimi cinque il ritorno dell’anima che, purificata, riappare al mondo.

Con diciassette quadri Vittorio Rainieri raccoglie le suggestioni suscitate dal bassorilievo dello Ximenes2 e le completa fino a coprire tutta la lunghezza del Dies Irae. Parte dalla vita per ritornare alla vita attraverso la morte, come un attraversamento delle Quattro Nobili Verità: quella della sofferenza, quella della sua origine e del suo superamento attraverso l’Ottuplice Sentiero. Una vita che pare incamminata verso una fine… Ma a decostruire questa identità fittizia, il più piccolo, apparente e insignificante momento si offre all’eternità della vita nell’al di là dell’al di là, oltre ogni oltre, in un hic et nunc, a cui il bimbo appena risorto vagisce.

Nei primi cinque minuti del Dies Irae ecco il coro, una musica che prepara a quello che non può concettualizzarsi, tutto al mondo è dolore. Un disegno mai fine a se stesso, assai più vasto di un disegno visibile. Dopo l’attacco forte dell’inizio, sembra di sentire il suono di un martello che lavora sull’incudine, la vita scorre, la gente s’affanna… Poi, la prima chiamata. Nel gruppo la donna vestita di giallo inizia ad avvertire il malore. Al secondo richiamo lei s’aggrava… poi c’è una terza chiamata, lei si accascia a terra.

Annunci e richiami di quieta compostezza: tutto al mondo soffre, ma ha una causa che può essere compresa, accolta? Col libretto del Boito: “Tutto nel mondo é burla. L’uom é nato burlone, la fede in cor gli ciurla, gli ciurla la ragione. Tutti gabbati! Irride l’un l’altro ogni mortal. Ma ride ben chi ride la risata final”. Siamo al momento conclusivo del Falstaff e della carriera del compositore. Il commiato di colui che aveva scritto solo drammi è una commedia: da una specie di tragico furore che attraversava l’intera sua opera, ecco la placida limpida saggezza del Falstaff.

Anche la serie di quadri richiama l’ineffabile precedenza della nota sulla parola, del significante sui significati, della liturgia sulla dottrina, quasi come quell’ardua fuga finale del Falstaff pare alludere all’impossibilità di fermare parole e concetti, all’avventura dello spirito. “Senza spirito non si fa nulla” sapeva dire l’operaio, non un servo del salario o di una retribuzione qualsiasi, ma quello che dà tutto, fino in fondo! Senza nulla chiedere in cambio… nemmeno il Paradiso. Uno che faceva bene una sedia, le parti in mostra come quelle invisibili.

Verdi difficilmente scrisse delle opere per “far carriera” anche se l’invidia di molti lo tacciò di appellativi come “compositore di circostanza”. Come ricordava Giuseppe Giusti (1809-1850), in una lettera del 1847:

“Il fantastico è cosa che può provare l’ingegno, il vero prova l’ingegno e l’animo. Il dolore che occupa l’animo è il dolore di una gente che si sente bisognosa di destini migliori, è il dolore di chi è caduto e che desidera rialzarsi, è il dolore di chi si pente e aspetta e vuole la sua rigenerazione. Accompagna, Verdi mio, con le tue nobili armonie, questo dolore alto e solenne. Fa di nutrirlo, di fortificarlo, di indirizzarlo al suo scopo. La musica è favella intesa da tutti e non v’è effetto grande che essa non valga a produrre”.

Per così dire “Tutto nel mondo è burla”: il mondo è contingente, precario. Qualsiasi cosa noi tentiamo di fare, non riusciremo mai a lasciare un’impronta profonda. E tutto ciò che facciamo è solamente un grande gioco, che ha delle regole, che possiamo conoscere, ma che non padroneggeremo mai. L’atteggiamento di Verdi di fronte a ciò è quello di un nichilismo mistico che contempla la ni-enti-tà in cui il mondo è immerso, non per annullarla, ma per ascoltarne il suono complessivo.

La fuga finale del Falstaff, apoteosi di questa felicità, è superamento di valori, di significati e della pesantezza ad essi connessa. È affermazione della leggerezza come stato che dimorando, riflettendosi in un apparente nichilismo, prelude alla gioia autentica della pace dello spirito, la gioia di chi, non più succube del peso della vita, guarda al mondo con la facilità e il tocco di un bambino. Nascita, malattia, vecchiaia e morte e le quattro o le otto sofferenze che ne scaturiscono, culminano quindi nell’opera di Rainieri nella metamorfosi e nella rigenerazione: la madre che mette al mondo un figlio e nell’ultimo quadro lo posa a terra per offrirlo al mondo. Accanto due conigli, purezza e spontaneità, che accosta al bambino che con gli occhi grandi di stupore ti dice sospeso al tuo gesto: . “E a me quando tocca?” 



1 Shōdōka, Il Canto dell’Immediato Satori, Yoka Daishi (665-713).
2 Ettore Ximenes (1885-1926), altare a Verdi costruito tra il 1913 e il 1920, ubicato nel piazzale antistante la stazione ferroviaria di Parma visibile fino al 1945 e oggi purtroppo andato completamente perduto ad esclusione del bassorilievo bronzeo tuttora in Piazzale della Pace.