Quell’avvicinata lontananza...


Tiziana Verde

(tratto da Zen Notiziario vol. 16 n. 4 autunno 2009)


Volevo scrivere d’altro in questo mese, ma poi giorni fa, sentendo Fausto celebrare il rito funebre per sua madre, ho ripensato a un film che lui stesso mi aveva raccontato e il cui ricordo spero gli sia di conforto.
“Tutte le mattine del mondo” è la storia di Marin Marais, musicista di corte ormai famoso, che un matrimonio di convenienza, agi e onori hanno liberato dalle preoccupazioni della miseria, ma non dal disgusto di sé. A vincerlo, va ogni sera a nascondersi fuori dal capanno dove il suo antico maestro di viola, Sainte Colombe, segretamente esegue alcune delle sue più sublimi composizioni. Marais sogna di udire quei brani rimasti inediti.
Finalmente una notte, prima di rivelargli “Le lacrime” o suo dialogo col fantasma della moglie - che evocata dalla musica, appare - Sainte Colombe domanda all’allievo: “Avete scoperto per chi suonate?”.
Marais tenta molte risposte: la gloria, la fama, il denaro e dopo, Dio, il silenzio, l’amore, il rimpianto dell’amore… ma sempre il maestro scuote la testa sconsolato.
Alla fine Marais dice: “Si dovrebbe lasciare un bicchiere per i morti, per quanti il linguaggio ha disertato: per l’ombra dei fanciulli, le martellate dei calzolai, per gli strati che precedono l’infanzia quando si era senza respiro e senza voce”.
Sainte Colombe annuisce: “La musica esiste, per parlare di ciò di cui la parola non può parlare. In tal senso non è del tutto umana” e gli rivela il suo segreto: due arie capaci di risvegliare i morti.
A ben vedere “Tutte le mattine del mondo” è la riscrittura d’un mito antico, quello di Orfeo.
Ci siamo convinti che tutto sia relativo e così il mito sembra una favola romantica e non quanto invece è: il racconto di una profonda verità.
La lira di Orfeo sa motivi così perfetti che l’universo ne trema, allora crolla il fragile vetro che separa il terrestre dall’invisibile e qualcosa ci visita, forse è obbligata a farlo. Irresistibilmente i morti, chiamati, rispondono.
La vita stessa, come il lungo apprendistato di Marais, è in questo doppio movimento: imparare a distinguere singhiozzi, fruscii, palpiti, la complicata partitura dell’inesprimibile e inventarsi suoni di risposta, “smisurate preghiere” appuntite come una freccia, mortali come una pietra.
A chi muore o sta nascendo e non può raggiungerlo lingua umana, si presta il proprio canto.
Contro il mare, un autunno molto stellato o anche solo la suprema dignità d’un animale, tentiamo accordi inappagati.
Alla nostra razza è data in dote la scissione, l’inadeguatezza, il cuore sempre diviso e per strumento, una debole voce che molto facilmente si spezza. Eppure c’è un canto inestinguibile…
Puccini ne aveva afferrato un lembo se alla vigilia della morte, pregava le stelle di tramontare, per poter trionfare dell’alba, e forse, di tutte le mattine del mondo.
Ci sono lacci non meno forti della morte, ma il morire ci riporta a quanto invisibilmente ci comanda, ai vincoli che contro tutto ci legano e a quel sogno “Che d’un tratto inesperta levi sghemba / una costellazione della nostra voce, nel cielo che non offusca il suo respiro” (Rilke).
Questo auguro, e a lungo, a Fausto, giacché sempre a lui devo d’aver cominciato ad apprezzare l’Opera.