Il divino silicone

Hai visto cosa rende eterno il corpo del santo?

 

Da “Perché la tecnologia ci rende umani.

La carne nelle sue riscritture sintetiche e digitali”,

di S. Moriggi e G. Nicoletti, Sironi Ed., Milano, 2009, cap. 1, pp. 13-16.

 

Il mondo intero può essere plastificato, e persino la vita.

Roland Barthes

 

 

Una sera, a casa di amici, sedeva con noi a tavola un padre gesuita: mi avevano detto che era un teologo ben collocato nelle gerarchie della Compagnia, ma altrettanto capace di mimesi tra le terrazze della Capitale. Conversando non ricordo per quale percorso, a un certo punto ci raccontò un aneddoto divertente: quando fu scoperta a Roma quella che nella tradizione è la tomba di Pietro, in realtà era vuota. All'inizio sembrava già bello così, ma nel giro di qualche anno si preferì riempirla di ossa1. Sarà anche perché quel gesuita l'ho incontrato davanti a una bottiglia di vino di ottima annata, ma lui non sembrava poi così scandalizzato di quel sacro travaso; dopotutto – spiegava – era necessario che la tomba di Pietro non restasse vuota: servivano assolutamente prove (e quindi resti) di quel corpo santo. «La nostra è una religione fondata sul corpo del Cristo che è scomparso» ha aggiunto «e noi cristiani abbiamo bisogno di riempire questo vuoto...2 Che vuoi farci?». L'episodio mi è poi tornato alla mente quando, nel 2009, fu annunciata dal papa la possibilità che fossero state trovate anche le ossa di san Paolo3. Ho capito così che questo poteva essere il motivo per cui i corpi santi devono avere rappresentazione nella loro sfida alla scomparsa. L'intuizione mi ha pure aiutato a elaborare l'incubo fanciullesco che mi ha seguito da quando fui portato a contemplare quanto restava di Santa Rita da Cascia4. Allora mi parve una mummia bruttissima vestita da monaca. Aveva un piede nudo nero, tutto storto da una parte. Mi fece sempre la stessa paurosa impressione tutte le volte che passai da quelle parti: non riuscivo a collegare la beatitudine della Grazia che attraversa un corpo umano con quei denti sgangherati e quelle dita disseccate e contorte. Quando da Perugia mi trasferii a Roma feci amicizia con al beata Anna Maria Taigi5. Era una madre di famiglia, molto venerata da devotissimi che venivano a pregare davanti alle sue spoglie, conservate sotto vetro nella chiesa di San Crisogono in Trastevere. Ci passavo spesso. Al contrario di santa Rita, la beata Taigi mi sembrava perfettamente conservata: una signora addormentata, solo un po' pallida. Nello stesso periodo scoprii anche un bel cardinale, sempre sotto vetro, ma a Sant'Andrea alla Valle6. Ogni tanto andavo a salutarlo, congratulandomi per il suo bel colorito. Ritenevo che forse avessero un po' esagerato con il belletto, ma mi confortava l'idea che la Grazia possa lasciare segni così evidenti nella carne che attraversa.In realtà, non mi ero mai posto il problema, puramente ingegneristico, di quelle elaborate ricostruzioni corporee. Solo dopo anni lessi con attenzione quanto era scritto, piccolissimo come la postilla di un contratto d'assicurazione in prossimità di questi sacri resti: entrambi (Anna Maria e il Cardinale) erano statue di cera. Le loro ossa benedette erano state affogate in una colata paraffinica. Nessuna virtù aveva potuto impedire la putrefazione delle loro carni. Questo non mi cambiava – e tutt'ora non cambia nulla – nella simpatia e nell'ammirazione per il loro cammino di perfezione, ma  pur vero che non mi sarei accostato ai loro resti mortali se sotto quegli altari avessi visto solo ossa spolpate e rinsecchite come saranno le mie un giorno.

Chi ha pensato e progettato la ricostruzione dell'edificio corporeo di quelle due spoglie benedette ha agito sicuramente a fin di bene, esattamente come i trasportatori d'ossa di san Pietro. Per riflettere sull'assoluto, sfuggendo anche solo per istanti al vortice secolare, io ho avuto bisogno di simulacri realistici: la suggestione subliminale doveva farmi commuovere nel vedere sotto vetro, nel silenzio e nella penombra di una chiesa, un mio simile addormentato nel sorriso della morte.

Era stato per me istintivo pensare che, trattandosi di santi, dovevano essersi conservati intatti: tutto il cinismo di cui spesso mi compiaccio non aveva avuto potere bastante a farmi razionalizzare sul perché e il percome della conservazione miracolosa. Chi entra in una di quelle due chiese ha comunque il desiderio, magari inconfessato, di trovare un passaggio, una sorta di Stargate tra la propria dimensione e l'altrove. Proprio a causa di questa aspirazione, forse, nessuno si sofferma sui particolari tecnici, concentrandosi piuttosto sul mistero della resurrezione della carne di cui quei quasi-manichini sono anticipazione convincente.

1La controversia sulla autenticità delle ossa di san Pietro è durata decenni. A partire dagli anni Cinquanta ha visto contrapporsi l'archeologo gesuita Antonio Ferrua all'archeologa Margherita Guarducci, sicura nell'attribuire quelle ossa (che erano state spostate) alla tomba di Pietro, rinvenuta nelle grotte Vaticane, proprio sotto l'altare della Confessione.

2«La tomba di Cristo è vuota perché tutto in lui fu olocausto, atto d'amore, dono volontario di sé. Le nostre tombe non sono vuote perché in noi non tutto [lo] è: la nostra tomba è il segno […] che noi siamo dei poveri peccatori», in François Varillon, Gioia di credere, gioia di vivere, EDB, Bologna 1984.

3«Clamoroso annuncio di Benedetto XVI a chiusura dell'Anno Paolino: il c14 prova che risalgono al primo secolo i frammenti delle ossa contenuti nel sarcofago di san Paolo, conservato sotto l'altare della Basilica dedicata all'Apostolo delle Genti», da “Papa: trovate le ossa di san Paolo”, Avvenire, 29 giugno 2009.

4Andata sposa giovanissima a un uomo brutale, la futura santa ne ebbe due figli. Secondo l'agiografa la sua pietà riuscì a convertire il marito il quale, tuttavia, trovò morte violenta. Poiché i figli giurarono di vendicare il padre e di ucciderne gli assassini, Rita – temendo per le loro anime immortali – pregò Dio di farli morire piuttosto che dannarli per l'eternità: entrambi i giovani si ammalarono e morirono. Rita, invece, si ritirò nel convento delle Agostiniane di Cascia (PG) dove visse per quarant'anni, operando prodigi e miracoli tali da meritare l'appellativo di Santa degli impossibili.

5La beata Anna Maria Taigi nacque a Siena il 29 maggio 1769. Ebbe sette figli, si divise tra famiglia e la pratica mistica. Di lei si dice che avesse il dono della precognizione attraverso un sole luminoso che per quarantasette anni brillò davanti ai suoi occhi. Morì nel 1837 e fu beatificata nel 1920.

6Trattasi di Giuseppe Maria Tomasi, santo, figlio dei principi di Lampedusa, nacque a Licata il 12 settembre 1649. Morto a Roma il 1° gennaio 1713, fu beatificato nel 1803 e canonizzato il 12 ottobre 1986. Dapprima sepolto nella chiesa dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, è oggi visibile presso l'altare a lui dedicato in Sant'Andrea della Valle. La chiesa dei Santi Silvestro e Martino ai Monti possiede alcune sue reliquie conservate in una statua di cera, simile a quella di Sant'Andrea della Valle. Si veda in proposito Giovanni Sicari, Reliquie Insigni e “Corpi Santi” a Roma, Monografie romane, Alma Roma, Roma 1998.