La percezione delle cose di Tiziana Verde
Da Zen Notiziario Vol. 17 n. 3 estate 2010


Sono seduti al tavolino di un bar l’uomo e la donna. Il cameriere ha posato davanti a loro due bicchieri rossi. L’uomo parla e fuma, tutto gli riesce bene, tutto in lui è elegante e semplice, intorno macchine, palazzi, i rumori della strada...

La donna fissa il bicchiere e pensa alla differenza tra guardare e vedere… Pensa che quel colore in realtà non esiste, ricorda dalla scuola: ‘violetto: onde corte, rosso: lunghe o era il contrario?’ e poi ricorda Kant, le forme a priori, la geometria che la comprende, fatta di continuità e distanze a includere il piano, i loro due corpi lì e quelli delle figure intorno. E accade quel bicchiere in un preciso istante, in quell’altra grande illusione del tempo, che non sai se scorra dal passato o dal futuro e verso dove, dove si scontrino durate, perdite, il conto (che non torna mai) d’anni. E poiché il pensiero le dà una leggera vertigine, socchiude appena le palpebre e riaprendole, di nuovo prova a guardare come si riforma nel cristallino dell’occhio, quella linea, quella consistenza, quel profilo e come la mente ne fornisce il nome assegnato, il modo d’uso grazie a un preciso nervo ottico che trasmette stimoli elettrici al cervello. E questo lei l’ha imparato come tutti, ha imparato la lingua, le parole e come contraffare la realtà, o quanto chiamiamo tale, solo che forse non ci crede, perché per vedere uno deve voler produrre quell’immagine, ritagliarla dal caleidoscopio di vibrazioni, durate, leggerezza, densità, atomi, onde, che ora tutti si intersecano e convergono a metterle davanti il bicchiere. E mentre l’uomo spegne la sigaretta, la donna sente che anche il gesto che potrebbe fare: allungare la mano per prenderlo, comporterebbe un movimento d’ossa, vene, tendini molto complicato, ancora di più se uno si mette ad indagare sulla natura di quella volontà o se tenta di estrapolarla dal suo sfondo, perché, questo la donna avverte con forza, lei stessa e l’uomo e il bicchiere rosso sul tavolo, non sarebbero possibili senza lo scenario di strade, case, macchine, oggetti che nemmeno sono ciò che sembrano e in cui tuttavia lei è calata… E in quello spaesamento di ‘non esistere’, non più del tavolino o della sedia su cui è seduta, afferra anche una relazione ininterrotta, con volti, nomi, probabilità, circostanze, e pensa a come tutta la vita si snodi tra scarpe, cassetti, traslochi o camere di città tra loro incomprensibili e quella relazione o vincolo, con cui l’intenzione dà forma alla materia, le pare per puro caso destinata proprio a lei, a quell’ora vespertina, alla luce rossastra che dall’orizzonte cade sulla sua mano. E ammette, divertendosi, che l’incongruo ha una chiara direzione, forse anche contando i secoli necessari all’invenzione di vetro, colori, forme, mercanti, scambi per permettere che lei ora si trovi davanti (senza esserselo meritato) quel bicchiere rosso riempito di ghiaccio e di martini.
E mentre l’uomo parla e lei ne invidia le certezze, di nuovo si perde in avanti a indovinare l’approdo del discorso, indietro a ricostruire ragioni e poi si perde e basta perché l’uomo dice paese, stanza, nave… e lei comincia a immaginare o a ricordare quella scena quasi fosse già accaduta…

E seppure una parte della sua mente dia alle cose la forma consueta, un’altra, più antica, ancora intravede collisioni, fasci di luce, vortici liquidi, esplosioni di stelle, di ghiaccio, di fuoco… tutto così incredibilmente bello…
Poi l’uomo chiede con premura: “Non bevi?” e la domanda cade in quel silenzio dopo un sogno, quando uno, ancora immerso in un volo precipitoso, deve rimettere piede nel punto dove s'era per un attimo staccato dal corpo, e riprendere atto dell’ora, del luogo.

Così, ridendo, con un gesto di supremo coraggio o supremo disinganno, lei attraversa l’immensa galassia di quella breve distanza tra sé e il tavolo e avvicina alle labbra il bicchiere…