Square Zen, Beat Zen, Tide Zen

Lo stile della fede: tra reverenza e irriverenza
20 marzo 2010
di Gianluca NICOLETTI

(da Zenite Zen Notiziario Vol. 17 n. 2 primavera 2010)


Mi limiterò a lambire il tema del sacro, per me resta e resterà sempre un Mysterium Tremendum. Non voglio avventurarmi in qualcosa che mi faccia paura, quindi preferisco affrontare soltanto argomenti che mi rassicurino e mi permettano di stare sereno. Sia chiaro che non sempre mi son sentito così rinunciatario alla sfida alle porte del cielo, diciamo è una mia senile deduzione, esattamente il contrario di quella che ha alimentato la mia fanciullezza fino ai 50 anni.A 50 anni ho deciso di essere spudorato. Nella mia spudoratezza non posso raccontare ciò che è tremendo per me perché mi costringerebbe a coprirmi, a nascondermi, a creare uno scudo tra me e quella realtà.Ho osservato che quando si parla di senso del sacro una delle parole più usate è credenza. E’ una meravigliosa parola su cui probabilmente è incardinato gran parte dello sforzo del pensiero e delle attività di chi segua vie di perfezionamento spirituale. Vorrei quindi per la mia spudoratezza esporre ciò che allucino quando provo a esprimere quale sia la mia credenza. Lo farò usando tutta l’ambiguità possibile che ha ogni termine, ogni parola, ogni espressione: potrei dirvi con sincerità che la mia credenza è pura desolazione, una credenza totalmente vuota, ma perché è vuota? Perché è pieno il mio frigorifero.A chi mi cita una credenza, rispondo che mi viene in mente quella sorta di accessorio di mobilio che stava nella cucina della mia fanciullezza, era il luogo sacro dove si conservava il cibo. - Mamma posso farmi un panino?- Sì vai nella credenza e prendi il pane.- Mamma posso prendere una fetta di salame?- Sì, vai nella credenza e prendi una fetta di salame.Oggi la credenza per me è soltanto l’oggetto di arredamento, nulla resta di quello che apparteneva alla civiltà contadina che tanto rimpiangiamo, un bell’oggetto d’arredamento. Dentro la mia credenza ci ripone mio figlio i suoi modellini di plastica, i dischi della sua play station... Quindi la credenza nella mia accezione è vuota, è un oggetto che ha perso la sua destinazione d’uso primario, non è più una credenza. Perché? Perché è sostituita dal frigorifero. Tutto ciò che stava nella credenza, per me adesso, è stato travasato nel frigorifero. Mi sembrava una banalità sciocca, un semplice giocare con le parole ma quello che sto dicendo non è così peregrino. Mi è chiaro che la credenza, nella più generale accezione, sia il luogo del credere, inteso come dimora interiore, il luogo più intimo e riposto in cui nascondiamo, in cui si trova ciò che è ineffabile, dove cerchiamo di afferrare, di stringere, di lambire l’assoluto, senza essere bruciati da quel mysterium tremendum, bè peccato, ma la mia è vuota. La credenza è vuota perché è pieno il frigorifero. E’ un altro luogo in cui comunque vengono conservati quegli elementi fondamentali per la mia alimentazione, per la mia sopravvivenza, esattamente quello che io chiedevo a mia madre. Se a me mio figlio fa la stessa domanda, gli dico: “Vai nel frigo, apri e trovi tutto quello che vuoi, anzi se vai nel freezer, scongelando poi nel forno a microonde puoi avere ancora più cose”.Questo dimostra che, in realtà, spostando il valore e le attribuzioni che si danno a queste parole, a questi luoghi simbolici, oggi ciò che per noi è primario, ciò che ci mantiene in vita, viene conservato in un luogo che lo conserva al di là delle intemperie e lo scorrere del tempo. Qualcuno potrebbe obbiettare che fermare la corruzione dell’invecchiare sia una violazione delle leggi della natura: “Come?! Alcune cose devono avere un normale processo di corruzione, questo fa parte della naturalità!” Dico: No! Voi dite questo scandalizzati perché fate parte delle vestali che urlano e si scompigliano e vanno in deliquio ogni volta che viene indicata una violazione alle leggi della natura. E se il mio salamino me lo metto dentro il frigo, invece che nella credenza, perché magari mi dura un pochino di più? Violo una legge della natura, perché quel salamino doveva seguire un processo di decomposizione, che avrebbe seguito nella credenza. Infatti nella credenza il lardo del maiale era sempre un po’ giallino, sempre un po’ puzzolente. Ora invece non esiste più quel lardo giallino - anche se ricordo che si ritagliava col coltello e si usava lo stesso - oggi nel frigo esiste un bellissimo lardo già confezionato, che io apro, prendo, uso e posso conservare per un tempo infinito. Proviamo quindi a trasferire questo principio alle solleticazioni del nostro intelletto, del nostro animo, della nostra intimità, a tutto ciò che trascende ciò che possiamo toccare e mostrare al nostro mondo; possiamo dedurne che la nostra contemporaneità ci permette di avere una sopravvivenza tecnologica superiore rispetto a quella che precedentemente era imposta ad alcuni alimenti importanti per noi. Questo vale secondo me anche per le idee. Questa tecnologia fa sì che si ottenga così la conservazione, l’elaborazione, l’artificiale tenuta in vita non solo di materie commestibili, ma anche di pensieri, di idee, di prodotti dell’ingegno, come anche di esseri umani. Se noi consideriamo questo processo, questo stesso passaggio - dalla credenza al frigorifero - ci possiamo forse dare una spiegazione per questa sorta di accanimento al mantenimento, che io guardo con grande distacco, con grande divertimento, mai con intento di censore o di nostalgico dei tempi passati.C’era un tempo in cui gli esseri umani dimostravano tutti i segni dell’età trascorsa, degli anni passati sulla loro carne, dalle loro rughe, dai loro capelli incanutiti, dalle loro carni cadenti, dalle loro bocche vacue di denti: però significava che il tempo era passato per loro, significava che su quell’essere umano comunque c’era una traccia profonda che noi potevamo usare come alimento, da cui potevamo attingere. Oggi è molto difficile fare la stessa cosa. Esistono persone che hanno di gran lunga decenni più di me, che potrebbero sembrare miei coetanei o addirittura più giovani di me. Perché anche sulla nostra carne si è resa possibile questa operazione di immobilizzazione di un’età indefinita. Non si tratta dell’ antica e mitologica ricerca della sorgente di vita eterna, nemmeno quel meraviglioso e fantastico sogno che ha sempre animato ogni favolistica, ogni epica, come la fontana dell’eterna giovinezza. No, oggi ci si ferma in una zona intermedia, un congelamento della vecchiaia, una sorta di attesa di un’epoca migliore in cui la scienza sarà capace di farci riacquistare ciò che si è perso in salute e bellezza.Nel frattempo non si attivano probabilmente tutti quei sensori sulla realtà che ci circonda, quelli che ci permetterebbero, nonostante l’incedere del tempo che attutisce i nostri sensi dall’osservare come infiltrarsi nelle fessure del muro impenetrabile della realtà, che sembra sempre così ostile al nostro sguardo, al nostro desiderio, alla nostra curiosità, al nostro bisogno di essere diversi o di vivere diversamente quello che siamo. In effetti sarebbe un muro che potremmo facilmente varcare. Noi perdiamo questa convinzione perché osserviamo il muro e pensando il muro così difficilmente valicabile preferiamo conservare noi stessi in attesa che magari qualcuno ci dia la scaletta per varcarlo o che magari quel muro possa un giorno dissolversi. Ma è un’impresa disperata, sappiamo che nessun muro realmente cascherà in maniera così radicale come nella nostra memoria recente, sono caduti quelli piccoli e transeunti legati a ideologie o cambi di assetti politici. Questo per farvi capire che in realtà questo è il mio approccio sghembo e dissoluto al problema dell’assoluto, tema che oggi è molto difficile affrontare. Alcuni problemi permettono di porre l’uomo, nella sua integrità, al centro di un complesso rapporto di idee, ispirandosi a pensatori, a filosofi, a grandi e profondi ragionatori sull’animo umano, senza considerare che oggi l’uomo sta subendo una velocissima evoluzione, a cui probabilmente non erano pronti, non erano preparati, non immaginavano che potesse avvenire in maniera così rapida e repentina, i grandi pensatori che avevano pensato, immaginato, supposto, posto delle basi filosofiche e di pensiero rispetto al rapporto tra l’uomo e l’assoluto, tra l’uomo e le domande che l’uomo si fa sul senso della sua esistenza.Oggi viviamo una situazione unica, privilegiata, mai vissuta probabilmente nella storia dell’umanità, quella di poter assistere in tempo reale alla nostra evoluzione. I passi fondamentali dello sviluppo dell’umanità sono passi impercettibili per il singolo uomo storicamente espresso e consapevole. Chi mai si è reso conto del passaggio dal girino al bipede? Chi mai si è reso conto del cammino che ci ha portato ad avere il pollice contrapposto? E via dicendo. E’ impossibile! Noi siamo già esattamente consapevoli che quello che siamo lo eravamo fino all’ultimo grande passaggio del “Sapiens Sapiens”. Noi siamo ancora dei sapiens sapiens anche se sono passati un’infinità di anni.Però in questi ultimi decenni cominciamo ad avere la percezione che qualcosa sta cambiando, sta cambiando perché stanno cambiano i rapporti che noi abbiamo con i nostri sensi, sensi umani, sensi che geneticamente riconosciamo come tali e rispetto al mondo. La nostra percezione degli altri, del mondo, la percezione di noi stessi, la possibilità dell’espansione del nostro pensiero è infinitamente modificata grazie alla tecnologia. La tecnologia, che viene a volte additata come la più grande limitazione alla naturale espansione dell’umanità, non è altro che uno dei tanti esempi, anzi delle certificazioni del fatto che noi siamo umani. Noi siamo sempre stati tecnologici, il nostro essere esseri umani, essere al centro di una catena di altri esseri viventi è proprio perché noi abbiamo imparato ad usare la tecnologia, noi stessi siamo degli oggetti tecnologici. Se noi per un attimo ci togliessimo il nostro corpo, la nostra carne e l’appoggiassimo su una sedia, come faceva Pinocchio.... Pinocchio, una volta diventato bambino, guardava il burattino sulla sedia così, inanimato. Lui invece si era trasformato in grasso e schifoso ragazzino con il borsellino pieno di zecchini, quindi già con la mentalità dell’usuraio, altro che evoluzione realtà significava aver compiuto un cammino di totale degradazione. Essere burattino era stata per lui l’occasione più splendida, meravigliosa e unica della sua evoluzione a essere umano, mai sarà più così libero e così cristallino nelle sue espressioni anche peggiori - non poteva mentire sennò gli cresceva il naso – prima era quasi un angelo, ora è soltanto un uomo. Ma se noi prendessimo un attimo il nostro corpo, lo appoggiassimo su una sedia e potessimo guardarlo come una sorta di esperienza di pre-morte, come fosse il burattino Pinocchio, vedremmo che è una macchina. Quell’“altro” è una macchina che noi indossiamo ogni giorno quando ci svegliamo, quando prendiamo coscienza della nostra avventura quotidiana. Non facciamo altro che indossare una sorta di esoscheletro, che ci mettiamo addosso, noi stessi, una macchina che ci anima, la macchina la cui manutenzione, negli ultimi tempi, permette degli interventi piuttosto drastici. Chiamo il corpo macchina nel senso per abbassare il livello di guardia che ce la fa considerare come qualcosa di intoccabile, qualcosa che va coperto con un impenetrabile camicione, perché pericoloso. Mai soprattutto andare a sollecitare questa macchina laddove ci siano delle parti non sollecitabili!!!Improvvisamente abbiamo capito che la macchina è fatta di pezzi di ricambio, esattamente come la nostra automobile, la nostra macchina fotografica, come tanti oggetti di cui ci circondiamo. Quindi noi possiamo essere riprogettati secondo la nostra volontà di essere adeguati ai nostri tempi. Questa era una tendenza che è stata anticipata da alcuni artisti della body art degli anni ‘60 – ‘70 che, facendo delle azioni performative anche molto cruente, volevano dimostrare che il corpo, come finora era stato sempre usato, nella maniera classica, era una macchina obsoleta, non era più adatta ad affrontare le sfide della contemporaneità. Quindi cominciavano a fare delle azioni violente, dimostrative sul proprio corpo, a dimostrare che è ora che prendiamo in mano carta, penna, il tavolo dell’architetto e ri-disegniamo, riprogettiamo il nostro corpo. Alcuni esempi come il performer australiano Stelarc che si era fatto mettere un terzo braccio robotico, che includeva nel suo stomaco dei piccoli meccanismi elettronici per dimostrare che aveva dello spazio vuoto dentro che poteva essere riempito. Cosa ci facciamo con tutto questo spazio vuoto con le tante cose che dobbiamo fare? Una velocizzazione così rapida delle nostre funzioni, ci insegna che non ci basta più quello che abbiamo. O la parigina Orlane che per prima cominciò a dare un senso artistico alla riprogettazione delle fattezze fisiche, facendo delle operazioni di chirurgia estetica, per modo di dire “estetica”, si faceva installare delle corna, si faceva mettere delle protuberanze di plastica sottopelle, cambiava radicalmente il proprio volto. Ricordo persino una sua bellissima azione performativa in cui lei si ricostruisce come Santa Teresa d’Avila nella sua famosa estasi. Quindi con tutti questi tentativi non si è fatto altro che anticipare un’attuale concreta maniera di poter concepire con grande disinvoltura la riprogettazione del proprio corpo. La riprogettazione del proprio corpo non è più un’attività riferita ad alcune avanguardie artistiche e nemmeno considerata come un esperimento di nicchia. Chiunque si guardi allo specchio può mettersi in discussione anche come struttura, come macchina. Mi rendo conto che sto trascurando il nostro software, ma adesso mi sto semplicemente limitando alla parte hardware e guardate che uso queste metafore come punto di paragone, per descrivere me stesso, qualcosa che appartiene alla creazione dell’uomo quindi a delle macchine. In realtà le macchine che sono state costruite - soprattutto le macchine di calcolo - come tutto ciò che sta alla base della nostra più felice espansione sensoriale, come le nostre protesi emotive: il nostro telefono cellulare, il personal computer, la nostra possibilità di memorizzare, di rubare la realtà e di portarcela via, tenerla in memoria, di avere sempre delle immagini dei ricordi del mondo che è passato delle nostre esperienze. Io spesso faccio foto, le metterò magari in una memoria digitale, questo mi regala una profonda, meravigliosa, vertiginosa illusione di poter strappare dei brandelli di realtà e tenermeli per me, mangiare divorare il mondo e tenermelo per me, riempire il mio frigorifero personale della realtà che mi circonda - non è più credenza dove la roba si corrompe, scompare, va tolta perché puzza - ma frigorifero dove la roba resiste. Chiaramente è un’illusione, chiaramente è un paradosso, è sufficiente la data di scadenza di un prodotto dell’immaginario, anche ogni realtà vissuta come esperienza, in fondo, ha comunque una sua fatale fine.Questo non è altro che un umano tendere all’assoluto, tendere all’immortalità, tendere a ciò che non potrai mai lambire nemmeno come essere umano, ma uno pensa che attraverso piccoli passi si avvicini sempre più a questo. Qual è il lato oscuro di questa tendenza? Il lato oscuro di questa tendenza è che una macchina appoggiata su una sedia - quel Pinocchio che rappresenta noi stessi e sul quale possiamo fare un’operazione di restauro e conservazione - in realtà non è altro che una profonda illusione che ci distoglie dall’attenzione, dalla curiosità, dalla ricerca delle fessure aperte in questa grande muraglia ma ci fa soffermare sulla necessità … E' come quei maniaci che si comprano una macchina nuova e non se la godono mai perché stanno sempre a lucidarla, a lavarla, ci mettono la cappottina sopra... oppure coloro che si comprano un paio di scarpe nuove e hanno paura di camminarci... Nessuno vi dirà mai che il vero motivo per cui avete comprato quella macchina o quelle scarpe o un qualsiasi oggetto di lusso che vi piace, vi gratifica, è perché volete passare in mezzo alla gente e volete che la gente si genufletta. Basta che dicano “guarda che bello”. E’ per quello. Non dobbiamo avere paura delle nostre meschine piacevolezze, cioè le cose che ci fanno piacere, le cose che ci rendono umani. Per la stessa ragione, l’attenzione estrema nel restauro e nella conservazione del corpo, toglie, innanzi tutto, grande possibilità di piacevolezza di quella carne. La carne troppo infrollita dai conservanti, è un po’ come la fettina che si compra e una volta messa a cuocere nella padella diventa piccola piccola. Ancora per chi abbia pregiudizi esagerati sull’artificio, si osservi come quello che era un atto provocatorio di avanguardia, oggi è stato metabolizzato come operazione comune. Anch’io mi sto facendo delle capsule ai denti, è una protesi anche quella, si vede un po’ meno, ma è una necessità, perché ad un certo punto mi si è guastato un dente e al suo posto mi metteranno una bella capsula al vanadio porcellanato. C’è un’infinità di parti di noi che possono essere cambiate continuamente. Oggi la protesi non è più qualcosa d’ingiurioso. Mi hanno mozzato una mano, mi faccio una manina di legno che sembra vera. Non c’è più bisogno di considerare la protesi come qualcosa che va a compensare ciò che un fulmine divino ti ha stroncato. Oscar Pistorus con le sue gambe da trampoliere d’acciaio è già un passo avanti rispetto alla nostra evoluzione. Ci dimostra che per essere più veloci, per considerare un doping l’avere delle gambe in fibra di carbonio, occorra avere quella specie di balestra al posto delle gambe e piedi. Ancora un altro passo consapevole di noi che ci evolviamo guardandoci allo specchio.