Le metamorfosi contrarie


di Tiziana Verde

(Da Zenite Zen Notiziario, Vol 17 n. 1 inverno 2010)


Scolpire una statua per gli antichi era atto magico, vi entravano l’agire e il patire, libertà e prigioni, il gioco dell’eterno contrapposto all’effimero. Perciò storie di statue animate da un soffio, una parola magica, (una storia?) riempiono di sé i miti di molti paesi: dall’Adamo biblico impastato dalle mani di un Dio senza nome, al Pigmalione di Cipro che si innamora della sua statua fino ad animarla, al più familiare Pinocchio.
Ma come le parole possono compiere questa metamorfosi e imprimere alla materia inerte, il battito d’una vita, può accadere l’inverso, che una vita che si alimenti di aridità o superbia sia mutata in sale, in granito. L’incapacità a sentire, con-​sentire raggela con una passione uguale e contraria, e tornano a paralizzarsi respiro e sangue in un’inerzia.
Il culto di sè o propria metamorfosi in idolo è ben raccontato in una poesia di Shelley: Ozymandias, che recita: “Incontrai un viaggiatore da un’antica terra/ che disse: due vaste gambe di pietra senza tronco/stanno nel deserto. Vicino a loro, sulla sabbia/mezzo sepolto, un volto sgretolato, il cui cipiglio/ e labbro corrugato e ghigno di freddo comando/ dicono che il suo scultore lesse bene le passioni/ che calcate nella pietra sopravvivono ancora/ alla mano che le finse e al cuore che le nutrì./Sul piedistallo queste parole appaiono:/Il mio nome è Ozymandias, re dei re,/ guardate le mie opere, potenti e tremate./Niente qui resta/ intorno a consumarsi/del colossale relitto, solo le solitarie e uniformi sabbie/vanno stendendosi lontano”.
Incapaci di reggere vasti territori o anche solo il proprio potere, i Mida e gli Ozymandias costruiscono i loro vuoti mausolei, restandovi imprigionati. E l’incantesimo contrario, quello che scioglie il ghiaccio e ritrasforma la pietra in palpito è di nuovo in una parola, nel bacio con cui il principe azzurro (per il calore trasfuso nella sua ricerca) può riavviare il cuore che sembrava fermo sotto un sudario di cristallo.
Io non credo che la scrittura abbia altra missione che questa, sebbene sia spesso strumentalizzata a rappresentare ora una causa politica, ora una categoria, ora una denuncia.
E condivido le parole di Gesualdo Bufalino, scrittore siciliano, che osservava:
“Ho scritto più volte di aver imparato a non rubare ascoltando Mozart, e intendevo dire che anche l’arte più disossata e aerea educa, se è proprio questo che si vuole, più e meglio di qualunque rozza pedagogia programmatica.
Secondo A. Hauser “Gli scrittori sono come dei giocatori di calcio, i cui movimenti apparirebbero assurdi se non fossero finalizzati al goal” e chiaramente vuol dire ‘al messaggio’.
Io obietto sottovoce: “E se uno scrittore scendesse in campo solo per danzare?”
Adorno ha detto che “Dopo Auschwitz scrivere versi è una barbarie” e Brecht: “Che tempi sono questi in cui cantare un albero diventa un delitto, perché su troppi delitti comporta il silenzio”.
E io, ancora sottovoce obietto: “Dovremmo dunque davanti a un bosco badare solo al sudore del taglialegna?”
Ed è proprio un delitto che al tempo della Peste Nera, Petrarca abbia scritto “Chiare, fresche e dolci acque?”(…)
Allora? Allora dovremmo convincerci che poesia e verità, poesia e utilità sono valori autonomi e quasi mai coincidenti. E che è pericoloso imporre allo scrittore di farsi megafono della patria o di una causa. Tanto meglio se riesce a farlo senza rinunciare ad essere poeta. Ma non crocifiggetelo se rimane testimone esclusivo di sé, anche reticente, anche bugiardo. Ricordatevi che anche lui, più di ogni altro, è latore di una ricchezza, che è una musica, un sesamo apriporta, una rivelazione travestita e che alla stregua di un piccione viaggiatore, porta nascosto sotto l’ala un messaggio che lui stesso ignora”.

Aggiungerei che il poeta (come Orfeo) canta per commuovere le pietre e scendere fino all’inferno.
Agli antipodi della poesia c’è il discorso trionfale e tronfio, spogliato di pietas, che mentre afferma il suo potere, già incappa in quella pietrificazione dell’anima da cui le fiabe mettevano in guardia.