Il divino silicone
Hai visto cosa rende eterno il corpo del santo?
Da “Perché la tecnologia ci rende umani. La carne nelle sue riscritture sintetiche e digitali”,
di S. Moriggi e G. Nicoletti, Sironi Ed., Milano, 2009, cap. 1, pp. 18-20.

Un pensiero ancora più estremo sulle reliquie “impossibili” mi è venuto spontaneo quando l’Italia, per settimane, si è divisa sul caso Eluana Englaro12. In quel frangente l’emotività collettiva dirompente e incontrollabile ha soppiantato la dimensione razionale - che invece avrebbe meritato una discussione sulla eventuale sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione in situazioni di come irreversibile -, traducendola nel culto mediatico di una reliquia di essere umano. Non poteva dirsi evidente, nel suo caso, quale fosse il residuo reale del corpo e quale la compensazione artificiale. Eppure, il corpo di Eluana è stato al centro di una grande cerimonia mediatica. La sua assenza è stata sostituita da frammenti di iconografie passate assurte inesorabilmente a rappresentazione reale. Non è stata cosa da poco! Quella reliquia intangibile è stata, in effetti, il motivo scatenante della prima vera disputa pubblica su quale corpo debba essere considerato vivo e quale invece morto, nell’epoca delle macchine che possono tenere in vita la carne. Una controversia
tutta giocata sopra quella povera ragazza immobile da diciassette anni. A molti però non è sfuggito che la partita vera non è stata quella per affermare la “vita” o la “dignità” di quel corpo, anche se questi sembravano i bastioni da cui le parti si versavano addosso l’olio bollente della polemica. Era sin troppo chiaro che urla, dibattiti, manifestazioni accadevano in un
altro mondo rispetto alla stanza dove Eluana giaceva in silenzio. Chi fosse Eluana nel periodo in cui il suo corpo era ormai ridotto a un brand, non è ancora stato assodato. Una cosa però la sappiamo: quel corpo è stato rappresentato sulla scena pubblica attraverso un packaging che non gli corrispondeva più chissà da quanti anni, o attraverso voci, dichiarazioni, racconti e testimonianze che oramai sembravano più materia da memorie che da cronache. Quanto quel corpo fosse oramai una sorta di reliquia profana, utilizzato per dar forza alla liturgia asfittica dei media, è stato ancor più chiaro quando (alla fine della vicenda) è stato dichiarato appartenente ad una morta. Finalmente, nell’incontrovertibile significato che tutti condividono. Infatti, immediatamente dopo l’annuncio della morte, si è fatto ancora più furioso l’accanimento per smembrare ciò che restava della donna, proprio come si faceva
nel Medioevo con i santi per trafugare, insieme alla reliquia, un brandello della Grazia che vi abitava. Da Eluana si pretendeva solo un prolungamento dell’attenzione collettiva, perché la macchina mediatica non si arrestasse al fermarsi del suo corpo. Sono state diffuse immediatamente le cartelle cliniche, i protocolli usati nella fase finale, la testimonianza delle piaghe da decubito, l’autopsia; il cervello è stato conservato per studiarlo, la cremazione annunciata e i funerali…
Last but not least, il fotografo Oliviero Toscani confessava di aver chiesto, ma non ottenuto, il permesso di fotografare Eluana nel suo decadimento fisico: “Se la tecnologia permette di prolungare la vita, se invece di morti nei cimiteri ci sono malati intubati negli ospedali, bisogna documentare anche questa realtà”13. Di foto di Eluana invece non ne uscirono più, né in posa né rubate. A lei si continuerà ad associare l’iconografia degli anni migliori, proprio come accade per i santi


12 La vicenda della donna vissuta in stato vegetativo per diciassette anni, dopo un incidente stradale, è stata al centro di un aspro dibattito in Italia sui temi di fine vita e testamento biologico. Il 9 febbraio 2009 Eluana Englaro è morta per l’interruzione della nutrizione artificiale.

13 Davide Carlucci, “Quell’offerta ci fu, ma non in denaro”, la Repubblica 15 febbraio 2009, intervista.