Zen Seeds - Reflections of a female priest. Kosei Publishing Co. Tokyo, 2007
Le persone generalmente non sanno che il loro volto e il loro corpo rivelano ogni cosa riguardo al modo in cui hanno vissuto. Tale nudità può essere imbarazzante, persino inquietante.
Tutto ciò che abbiamo pensato o detto, ciò che abbiamo fatto dalla nascita ha modellato il nostro viso, il corpo e la personalità. Con un solo sguardo, una persona illuminata può cogliere tutta la nostra storia.
Non fu Lincoln a dire che un uomo è responsabile del suo aspetto dopo i quarant’anni? È a quarant’anni che il viso e il corpo, come sagomati da un invisibile cesello, rivelano la bellezza o la bruttezza che non può mascherarsi dietro i cosmetici o l'abbigliamento.
Il poeta e calligrafo giapponese del XX secolo Yaichi Aizu scrisse un giorno a un conoscente: "Amico mio, in ogni cosa, cauto penso e agisco, e con la pace nel cuore spero di diventare una bella persona". Sono parole toccanti. Leggendole, sento che anch'io vorrei invecchiare in questa prospettiva.
Un vento celestiale
Interrompo il mio lavoro in giardino per guardare un uccellino sopra il mio capo: il suo grido ha rotto il silenzio. Un vento fresco che soffia dalle Alpi giapponesi mi asciuga il sudore sulla fronte. Gioia di vivere e gioia nel lavoro sgorgano in me.
"Freddo il vento oggi vero?" mi chiede passando un'anziana donna. "Chi non accoglierebbe volentieri in casa la luna brillante, la brezza rinfrescante?", chiede l'Hekiganroku ("La raccolta della roccia blu"). La luna brillante risplende in ogni casa; ogni casa si trova lungo il sentiero della brezza rinfrescante. Si sente la brezza come un alito fresco o come un freddo vento senza cuore? La differenza non dipende dal vento, ma dalla persona che lo percepisce. Qualcuno un giorno mi disse che questa brezza indefinita si chiama Vento Celestiale.
Centinaia d'anni fa, quando Jōshu chiese al Maestro Zen Nansen se dovesse cercare la Via, Nansen rispose: "Se la cerchi, te ne allontanerai".
Ciò che chiamiamo paradiso, felicità, Dharma o Illuminazione non si può cercare fuori di noi: si può trovare solo se ci rendiamo conto che ne siamo dotati dalla nascita.
Al posto di un altro
Un'anziana donna che mi aveva detto che nulla la rendeva più felice del fatto di venire al Tempio regolarmente e cantare nel gruppo degli inni buddhisti, un giorno non venne. Quando il gruppo si riunì nuovamente per la recitazione, le chiesi che cosa fosse accaduto.
"Ero pronta per uscire e mi stavo avvicinando alla porta, quando giunse una signora in visita. Mi chiese se stavo uscendo; se avessi risposto di sì, sarebbe tornata a casa. Pensando che era un peccato, poiché si era data la pena di venire, dissi: "No, siete arrivata al momento giusto: sono appena rientrata. Prego, entrate! Cosi entrò, e non mi fu possibile prendere parte alla recitazione". Dovetti chinare il capo ammirata. Se fosse successo a me, che cosa avrei detto? "Mi spiace davvero che vi siate data la pena di venire: purtroppo sto uscendo" oppure "In effetti sto per uscire, ma non importa se sarò un po' in ritardo; prego entrate!” o altri convenevoli ugualmente egoistici. Potei solo ammirare l’anziana signora per il suo tatto e la sua lungimiranza.
Siamo tutti in relazione reciproca
Desidero raccontarvi un episodio che riguarda il Maestro Zen del XVII secolo Bankei, il quale non utilizzava il kōan tradizionale nello Zen.
Un giorno una donna si recò dal Maestro Zen Bankei per lamentarsi della propria nuora. "Hmm. Davvero? Non mi dite!" rispose Bankei, assorbendo le lamentele della donna come una carta assorbente. Quando lei ebbe concluso le disse proprio cosi: "Molto tempo fa anche voi siete stata nuora. Non siete forse stata come la vostra nuora? Non pensatela dunque come se fosse diversa da voi. La sua strada è quella che un tempo voi avete percorso. La sua vita è un prolungamento della vostra nel passato". Poiché Bankei aveva ascoltato tutte le lamentele della donna e ne aveva confortato lo spirito, queste parole le diedero soddisfazione.
Dopo qualche tempo, la nuora si recò dal Maestro Bankei per lamentarsi della suocera. Dopo aver pazientemente ascoltato le sue lamentele, Bankei disse: "Un giorno anche tu sarai suocera. Non pensare a tua suocera come se fosse diversa da te. La sua strada è quella che un giorno percorrerai anche tu. La sua vita è un prolungamento della tua nel futuro. Se pensi alla tua vita in questo modo, è difficile lamentarsene, no?". Come era accaduto con la suocera, le parole di Bankei pacificarono il cuore della nuora.
Se comprendiamo che tutti noi condividiamo una sola vita in quanto fratelli, sorelle, genitori o figli possiamo porci nella posizione delle nostre suocere, delle nuore o di altri che conosciamo. Il Maestro Zen Dōgen, che fondo la Scuola Sōtō Zen nel XIII secolo, aveva una concezione talmente ampia della condivisione della vita, che in essa includeva anche gli oggetti. Nel suo Tenzokyōkun (Istruzione al Supervisore delle Cucine), Dōgen scrisse: "Pensate alle pentole e ai diversi contenitori come se si trattasse del vostro corpo... Abbiate cura di ogni utensile come se fosse la pupilla dei vostri occhi". Ogni cosa è viva nella vasta acqua dell'Oceano del Dharma. Riflettendo su come vivo la mia vita studiando gli insegnamenti del Buddha, mi accorgo che non posso certo far paragoni con questi esempi, per quanto mi ci provi con impegno. Tutto ciò che vedo è il mio egocentrismo. Se non avessi avuto modo di ascoltare gli insegnamenti del Buddha, probabilmente non sarei neanche stata in grado di accorgermene.
I monaci si fanno degli amici eccellenti
II Buddha disse: "Avere eccellenti amici e frequentare buone compagnie non è la meta della sacra Via; è in sé la vera Via.
"Nello Shōbōgenzō Zuimonki, una raccolta di discorsi, il Maestro Zen Dōgen spiegò l'importanza degli eccellenti amici: "Anche i discepoli Zen che non hanno alcun desiderio di cercare la Via dovrebbero frequentare dei buoni praticanti e partecipare spesso a tutte le loro attività quotidiane. Senza considerare le difficoltà o la fatica che può implicare il training, gli studenti dovrebbero ricercare la guida di buone persone". Il vivo interesse e la simpatia di Dōgen per i credenti laici sono evidenti in questo sviluppo del commento agli insegnamenti del Buddha. Un termine giapponese riferito al monaco e alla comunità monastica deriva dal sanscrito Sangha, che significa "gruppo" o "unione". Una sola persona non può costituire un Sangha, ovvero una comunità di credenti. Ben consapevole della debolezza umana, il Buddha metteva in guardia nei confronti di una pratica solitaria. Da soli è difficile praticare Zazen anche per un'ora, ma partecipando in un gruppo è possibile effettuare un ritiro intensivo di Zazen di tre o sette giorni o condurre vita monastica per molti anni.
Zazen non è una forma di competizione. Per quanto pensiamo di poter praticare in isolamento, non ci è possibile. Come Dōgen ha fatto notare "la pratica religiosa dipende dalla forza del gruppo". E traendo la forza dal gruppo che siamo in grado di perseverare nella nostra pratica religiosa. Per questo i monaci si fanno degli amici eccellenti.
Venerandolo come il Maestro che ha risvegliato alla vera Via e con la guida dei suoi insegnamenti, pratichiamo la Via del Buddha in ogni momento della vita quotidiana, sostenuti da amici che aspirano alla stessa Via. Se siamo malati, così sia; se siamo poveri, cosi sia. Immersi nella malattia o nella povertà, noi pratichiamo la Via confidando nei Tre Tesori del Buddha, del Dharma e del Sangha.
C'è una felicità superiore a quella che ci dà questa maniera di vivere?